• ‎ Ricordi del Natale

    LA GIOSTRA DEI RICORDI NATALIZI DI ROVIGNO – racconti di storie natalizie con cui diamo vita e conserviamo dalla dimenticanza tutti i momenti più emozionanti e calorosi dei Natali rovignesi. Tutto ciò che esiste nella memoria collettiva della nostra città, i ricordi personali che talvolta riaffiorano in una conversazione, merita di essere trascritto, così da avere un promemoria duraturo di tutto ciò che rende speciale Rovigno e un invito a amarla e custodirla come merita.

    Queste storie natalizie, insieme a molte altre, verranno pubblicate sulla nostra pagina Facebook e saranno conservate permanentemente anche sul nostro sito web www.batana.org, il cui aspetto sarà presto rinnovato. Ogni volta che vorrete leggerle, le troverete nella sezione Le storie della Batana / Batanine priče.

     

    Iniziamo con la prima storia, in cui la nostra concittadina Virna Dalino Polo ha condiviso con noi i suoi vividi ricordi di Natale, e siamo certi che a molti verrà subito alla mente il profumo delle frittelle/fritole della sua nonna Anna, che un tempo profumavano tutta la Via Augusta Ferri!

     

    Virna Dalino Polo: “Dicembre è il mese più bello dell’anno!”
    I miei ricordi legati al Natale riguardano alcuni dei momenti più belli della mia infanzia e i ricordi di mia nonna Anna, la donna che faceva sì che durante le festività natalizie tutta la Via Augusta Ferri profumasse di frittelle appena sfornate. Era un tempo di riunioni familiari, di amici e vicini, che ogni giorno venivano a casa della nonna per vedere il presepe, che lei ogni anno realizzava e arricchiva con nuove statuine e decorazioni.

    Il suo amore per la realizzazione dei presepi e per la tradizione del Natale lo trasmise ai figli – mio padre Giovanni, la cui passione per i presepi è poi passata a me. Con queste parole, Virna Dalino Polo, professoressa di matematica, inizia il suo racconto natalizio, partecipando quest’anno, con le fotografie dell’album di famiglia, alla mostra “Nadàl in famia – Božić u obitelji – Natale in famiglia”.

     

    Metà dicembre all’insegna dei preparativi
    Secondo Virna, i preparativi per addobbare il presepe iniziavano a metà dicembre. Occorreva, infatti, andare con il padre nei loro luoghi speciali e raccogliere tutto il materiale necessario dalla natura. Padre e figlia avevano dei posti segreti di cui non parlavano a nessuno, considerandoli un piccolo tesoro: luoghi dove cresceva il muschio più verde e boschi in cui si trovavano le pigne più belle. Se fossero stati “svelati”, quei posti non sarebbero più rimasti un segreto di famiglia.

    “Prima di andare a raccogliere il muschio, che doveva essere secco e malleabile in tempo utile, mio padre portava dalla cantina il tavalon su cui si realizzava il presepe, e dalla campagna, dove lavorava sempre a qualcosa, portava in sacchetti segatura e rametti di abete tagliati con cura. Nel frattempo, nonna Anna controllava attentamente le statuine di gesso, che riusciva a procurarsi ‘tramite conoscenze’ da Napoli e di cui era molto orgogliosa. Era il tempo della raccolta e della preparazione dei materiali per addobbare il presepe”, ricorda Virna, aggiungendo che ogni giorno di dicembre era anche l’occasione per creare una nuova decorazione.

    I materiali non si acquistavano nei negozi: quella particolare atmosfera e la sincera magia dell’avvicinarsi del Natale erano legate alle riunioni familiari, agli amici e al gioco, spiega Virna, rivelando anche alcuni modi in cui si “producevano” manualmente i materiali.

    “Per esempio, per il cielo sopra il presepe, nonna e io usavamo carta blu, spesso colorata da noi, su cui attaccavamo stelle ritagliate e modellate con la carta argentata delle cioccolate. Mentre io mi concedevo qualche dolce, la nonna conservava con cura per tutto l’anno quei foglietti argentati nel cassetto della cucina, per poterli riutilizzare a Natale e realizzare le decorazioni più brillanti.”

     

    Ogni giorno un gioco
    “Ricordo che ogni giorno il presepe era diverso, anche nei dettagli più piccoli. A me, la più piccola, era permesso cambiarne l’aspetto: ogni mattina qualche decorazione si trovava in un posto diverso. Le casette che mio padre realizzava in cartone e sughero cambiavano ‘indirizzo’ sul tavalon, e i pesci del laghetto finivano talvolta anche a secco”, racconta Virna ridendo.

    Il giorno della Vigilia era speciale: si lavorava al presepe dall’alba al tramonto, e l’ultima statuina, il piccolo Gesù nella culla, veniva posizionata subito dopo la mezzanotte, mentre i genitori erano ancora in chiesa alla messa di mezzanotte. A casa della nonna si riunivano anche altri bambini del vicinato, cantando tutti insieme la tradizionale canzone “Tu scendi dalle stelle”, dopo la quale noi bambini scartavamo i regali e ballavamo. Il profumo delle frittelle, che la nonna, almeno a me così sembra, preparava continuamente, era l’invito più dolce per i vicini della Via Ferri a venirci a trovare, augurarci buon Natale e ammirare sempre con entusiasmo il presepe realizzato dalla nonna Anna. Le frittelle, cotte in una grande pentola a pois rossi, fanno parte dei miei ricordi più antichi delle celebrazioni natalizie in famiglia, momenti davvero speciali e preziosi.

    Per preservare e trasmettere questi ricordi alla mia famiglia, continuo a realizzare decorazioni. Per me sono molto più di un semplice gesto: sono un viaggio nei ricordi. Ogni luce che accendo, ogni pallina che appendo, mi riporta a quei giorni lontani dell’infanzia. Oggi, quando i miei genitori e i miei nonni non ci sono più, mentre preparo gli addobbi sento ancora quel calore, quella gioia semplice che rendeva tutto speciale. Per me, preparare gli addobbi o semplicemente decorare per Natale significa esattamente questo: famiglia, tradizione e amore che non tramonta mai.

     

    ANA SANTIN - ci ha ricordato un’usanza festiva ormai dimenticata
    Il nonno mangiava, e il baccalà si batteva!

    Una storia particolarmente affascinante legata alle celebrazioni natalizie per le giovani generazioni è stata raccontata dalla signora Ana Santin.
    Si tratta di un’usanza che la signora Ana ricorda della propria infanzia e che risale agli anni Sessanta del secolo scorso, al periodo in cui viveva con i genitori a Villa di Rovigno, distante solo pochi chilometri da Rovigno.
    «Ricordo che il giorno prima della Vigilia era il più impegnativo. Papà andava nel bosco a prendere il ginepro e il muschio, mentre mamma preparava il cibo. All’epoca, naturalmente, non si andava in negozio per il pranzo delle feste, perciò la preparazione del menù, sia per la Vigilia sia per il Natale, richiedeva attenzione, pazienza e forza», racconta Ana, aggiunge sorridendo che la “forza femminile” si riferiva al battere il baccalà che, per essere servito alla Vigilia, doveva bollire a lungo il giorno prima, essere battuto e ripulito dalle piccole lische.
    «Insieme al baccalà, in tavola si servivano le verze e la minestra di ceci, e naturalmente per il dolce si preparavano sempre le frittole. Il giorno di Natale, invece, in tavola arrivava la carne, ovvero tutto ciò che, a seconda delle possibilità, si aveva in casa. La tavola festiva era comunque un po’ più ricca e abbondante», ricorda la signora Ana, aggiungendo che la famiglia partecipava immancabilmente alla messa di mezzanotte.
    «Inoltre, ricordo con particolare nostalgia le caramelle colorate con cui si addobbava l’albero di Natale. Le caramelle, avvolte in carta lucida, decoravano l’abete e noi bambini aspettavamo che le feste finissero per poterle scartare e mangiare», racconta Ana, che ci ha fatto conoscere anche un’usanza oggi meno nota, praticata a Villa di Rovigno e, naturalmente, nelle case dotate di focolare.
    «Ricordo anche che gli adulti, la Vigilia di Natale, mettevano nel focolare un legno “diverso”, che veniva appoggiato sugli altri ceppi che ci riscaldavano. Questo “nuovo” tronco, che i genitori chiamavano dida (“nonno”), veniva disposto longitudinalmente sopra gli altri ceppi ardenti e, prima di ogni pasto, vi si lasciavano dei pezzetti di cibo.
    Bisognava dunque, prima che i familiari iniziassero a mangiare, nutrire anche il “nonno”. Così il “nonno” riceveva il suo cucchiaio di cibo festivo – baccalà e ceci, oppure un pezzetto di carne e qualche dolce frittola – che, insieme al “nonno”, bruciavano nel focolare di famiglia.»
    Accanto al Natale della sua infanzia, Ana, durante la nostra conferenza, ha raccontato anche i Natali vissuti all’interno della famiglia del marito.
    Il Natale della famiglia Santin – le cui fotografie sono oggi parte preziosa della nostra mostra – era una festa semplice e allegra, ma soprattutto profondamente dedicata allo stare insieme, alla famiglia come luogo dell’anima. Non erano i doni a renderlo speciale, ma la presenza, il tempo condiviso, il sentirsi parte di qualcosa di più grande.
    Ana ricorda con emozione quel sentimento di unità autentica e, in modo particolare, la figura della suocera Flora, che fin dal primo momento l’ha accolta con naturalezza e calore, facendola sentire subito una di loro.
    Un Natale fatto di gesti silenziosi, di affetto sincero, di legami che non hanno bisogno di parole per essere riconosciuti.

     

    VUKICA PALČIĆ – LA BAMBINA CON IL VESTITINO BIANCO
    Papà mi comprava sempre l’abete più alto all’ente forestale
    Il ricordo della festa di Capodanno lo collego da sempre al profumo degli aghi di pino e alla felicità che l’addobbo dell’albero portava nella nostra casa di famiglia. Ogni anno papà andava all’ente forestale e comprava abeti grandi e rigogliosi che, ai miei occhi di bambina, sembravano ancora più imponenti. E quanto fossero davvero alti… sicuramente almeno due metri, perché le loro cime arrivavano sempre fino al soffitto – racconta Vukica Palčić mentre, in sua compagnia, osserviamo le fotografie della mostra della Batana “Il Natale in famiglia”.
    È difficile resistere a una fotografia in particolare. Ritrae una bambina deliziosa che, accanto a un albero davvero grande e riccamente addobbato, posa con orgoglio in un elegante vestitino bianco, in piedi su una sedia di legno della sala da pranzo.
    – In quella fotografia avevo tre o quattro anni. Fu scattata nell’appartamento di via della Marina Jugoslava (oggi via Santa Croce), dove vivevo con i miei genitori. Ricordo anche l’uomo che la scattò: era il signor Bogati, che in quel periodo aveva uno studio fotografico in Carera – racconta Vukica. Il fotografo le rimase impresso non solo come autore della foto, ma anche perché portava una piccola scimmia sulla spalla e, nei primi anni Sessanta del secolo scorso, passeggiava per Rovigno in sua compagnia, posando allegramente con i turisti dietro un compenso simbolico. Vukica ce lo racconta con la voce e la passione di una guida professionista, mestiere che – insieme all’animazione – svolge per tutta la sua carriera.

    Sulla cima dell’abete si metteva una stella e i rami si decoravano con uccellini fissati con mollette
    – Già l’ingresso di papà in casa con l’abete segnava un felice inizio di dicembre, mentre il momento dell’addobbo era una vera e propria esperienza. Anche se ero piccola, decoravo l’albero insieme alla mamma. Ricordo che la cima veniva adornata con una stella, mentre i rami erano impreziositi da fragili uccellini di ceramica, fissati con mollette metalliche.
    Il mio “compito” era il più dolce. Ai rami che riuscivo a raggiungere con l’aiuto dei genitori, di una sedia o di uno sgabello, appendevo caramelle avvolte in cellophane colorato e scintillante, che fungevano da decorazioni dell’albero. Ancora oggi, quando le ricordo, riaffiorano in me tenere immagini di una casa calda, accogliente e piena d’amore.
    Del calore della casa e dell’amore con cui i genitori la circondavano testimonia anche il diario di Vukica, conservato come un’eredità preziosa. I suoi genitori, dal giorno in cui uscì dalla maternità con 3,6 chilogrammi, annotavano ogni suo movimento, progresso e gesto, continuando a farlo per anni. Insieme alle fotografie – racconta Vukica – quel diario rappresenta il ricordo tangibile più prezioso di un’infanzia felice, un’infanzia che Vukica (e lo sanno bene tutti coloro che la conoscono) augura a ogni nuova giovane vita.

    Amavo le stelline scintillanti e il profumo degli aghi di pino
    – Oltre alle caramelle nel cellophane, adoravo accendere le stelline scintillanti. La gioia e l’allegria che quelle piccole scintille riuscivano a suscitare mi è ancora oggi difficile paragonare a qualsiasi altro regalo. La felicità era ancora più grande perché ebbi la fortuna – e lo dico oggi con profonda gratitudine e orgoglio – di crescere in una famiglia piena d’amore, con genitori che potevano permettersi di regalarmi tutti i giocattoli che desideravo.
    Ricordo anche l’emozione quando mamma tirava fuori dalle scatole le statuine di Capodanno, le scartava e, una volta terminate le feste, le riavvolgeva con cura nella ovatta, riponendole delicatamente fino alla celebrazione successiva. Tuttavia, le emozioni più intense le suscita in me l’immagine di una casa piena di persone: parenti e amici della mia strada – racconta Vukica, posando accanto alla fotografia della piccola Vukica. Grazie alla sua infanzia serena, oggi Vukica, con lo stesso amore e la stessa passione, insegna nei laboratori della Batana dedicati ai cosiddetti “giochi di una volta” alle nuove generazioni di piccoli rovignesi i giochi con cui si divertivano i loro genitori, nonne e nonni.

     

    Racconti trascritti da: Nina Orlović Radić

  • Batàna

    La batàna e il batiél rovignesi, assieme alla gondola veneziana, alla trupa narentana e al sandalo comisano, appartengono alla numerosa famiglia dei natanti a fondo piatto. L’origine di queste barche va cercata nella preistoria, nel design delle zattere e delle imbarcazioni ricavate incavando un tronco d’albero (piroga monossile). Il fondale piatto era adatto alla navigazione nelle acque poco profonde dei laghi, delle foci dei fiumi, delle lagune e vicino alla costa dei mari. È presente non solo nell’Adriatico ma anche in varie parti d’Europa e del mondo I natanti di per sé erano oggetto di un ampio scambio culturale, cosicché con lo scambio molte delle forme costruttive sono diventate universali, pur mantenendo la propria specificità locale. Questa è stata anche la via di sviluppo seguita dalla batana rovignese. Nel medio evo è documentata la presenza di batane nella regione italiana delle Marche. Queste, assieme alle imbarcazioni a fondo piatto dei laghi Trasimeno e Varano, hanno condizionato la forma dei natanti nelle lagune venete. Destinate alla pesca costiera, le batane si diffusero lungo le coste dell’Adriatico settentrionale fino all’Istria, a Rovigno, Veglia, Arbe, Zara… Sebbene si tratti di una barca dalle origini remote, la batana rovignese compare direttamente nelle fonti rovignesi scritte e in immagini molto più tardi, appena nell’Ottocento.

    In base alla tradizione, il nome batàna si ricollega al verbo italiano battere, che associa al suono prodotto dal suo fondale all’impatto con le onde. Nel dialetto rovignese invece le barche in grado di affrontare il mare aperto venivano definite: “Bòne da bàti màr!” (Buone da battere il mare!). Secondo altre opinioni, il nome della barca deriva dall’antico termine marinaro di batto, con il quale era indicata una piccola barca a remi del XIV secolo, precursore dell’odierno battello. In base a questa interpretazione, la parola sarebbe un prestito dell’antico termine anglossassone bat, dal quale si è sviluppata poi la parola inglese boat – barca. Fino agli anni Venti dell’Ottocento il numero di batane a Rovigno era relativamente scarso, poiché questa barca veniva impiegata soltanto per determinati tipi di pesca costiera. Con la diffusione dell’impiego delle lampare a petrolio e delle reti da tratta per la pesca notturna delle sardelle, il loro numero crebbe considervolmente. L’epoca d’oro della batana sono stati gli anni Sessanta del secolo scorso, allorché come propulsore s’incominciò a usare il motore “Tomos”. Questo fuoribordo a due tempi della potenza di quattro cavalli vapore era prodotto nella vicina Capodistria, in Slovenia. Con lui la batana divenne più veloce e maneggevole, trasformandosi da barca da pesca in natante per il diporto e il tempo libero. Erano rare le famiglie a Rovigno che non possedevano una batana e altrettanto rari i rovignesi che non si recavano a fare il bagno d’estate con la barca. D’inverno poi, erano rari quelli che non aandavano a pescare con la batana, per migliorare il budget famigliare. In vista di Pasqua era difficile contare le tante batane in mare sulle quali i loro proprietari pescavano i calamari e le seppie per il tradizionale pranzo del Venerdì santo. Oggi nel registro della Capitaneria di porto di Rovigno sono evidenziate 241 batane.

  • Bitinàda

    La bitinàda è un’originale espressione dei canti popolari rovignesi. Questo è un modo particolare di esecuzione dell’accompagnamento musicale alle voci dei solisti fatto dai bitinadùri. Quando il solista o i solisti in duetto intonano la canzone prescelta, i bitinadùri iniziano con le proprie voci ad imitare il suono dei diversi strumenti musicali, creando l’effetto di un’orchestra. Per ottenere un’esecuzione armonica, almeno tre o quattro bitinadùri imitano i toni bassi della chitarra o del contrabbasso. Quindi, a gruppi o singolarmente, vengono imitati i suoni dei toni alti della chitarra con almeno tre voci che definiscono gli accordi. Gli altri membri del coro, a propria scelta, imitano il suono degli strumenti complementari come il mandolino e la mandola, in dialetto definiti “tintini”. Secondo la tradizione, la bitinàda è nata tra i pescatori rovignesi che per ore stavano a bordo delle barche a pescare e rammendare le reti. Visto che avevano le mani occupate per tenere gli strumenti, venne loro l’idea di creare con le voci l’effetto di un’eccellente orchestra. La conservazione e il mantenimento della tradizione delle bitinàde e dei bitinadùri a Rovigno è curata soprattutto dalla Società artistico-culturale “Marco Garbin” della Comunità degli italiani di Rovigno

    La bitinàda rovignese è stata inserita, come bene culturale immateriale, nell’Elenco dei beni immateriali sotto tutela del Ministero per la cultura della Repubblica di Croazia (il responsabile è la Comunità degli italiani di Rovigno).

  • Che cosa bisogna sapere sulla batana?

    FONDO PIATTO

    Ha il fondo piatto con un’insellatura leggermente convessa, appuntita in modo simmetrico verso prua e verso poppa, con la forma differente delle due ruote.

    DIMENSIONI

    La dimensione delle batane varia tra i 4 e gli 8,5 metri. Ad ogni modo le batane costruite nella seconda metà del Novecento raramente superano i 5 metri di lunghezza.

    MATERIALE

    La batana è completamente di legno. La chiglia è le aste sono di rovere, mentre la coperta è di abete o di altro legno “dolce”. Le parti vengono fissate esclusivamente con chiodi zincati o in ferro battuto lavorato a mano.

    NAVIGAZIONE

    La propulsione avviene mediante remi, vele o motore fuoribordo. Per i viaggi più lunghi si usava la vela al terzo. Durante la pesca la barca viene mossa e manovrata mediante due lunghi remi. Sulla ruota di poppa è fissato uno scalmo per la vùga in gòndula (voga in gondola), tipica voga rovignese da poppa con un solo remo.

  • Construttori di batane

    Non esistono due batane completamente identiche. Su ciascuna di loro si può riconoscere la mano del costruttore. La costruzione delle batane era sempre affidata ai carpentieri e ai calafati locali che le realizzavano negli squeri o nei magazzini al pianoterra delle loro case. Allora le dimensioni del magazzino determinavano anche quelle della futura barca. Le batane vengono di tanto in tanto tirate fuori dal mare per lavori di manutenzione. Spesso i proprietari delle barche conoscevano i rudimenti dei mestieri di carpentiere e di calafato per curare la regolare manutenzione delle barche. La tradizione costruttiva di barche, soprattutto di batane, è rimasta molto viva a Rovigno e si mantiene anche attraverso il modellismo. A quest’attività sono legati con dedizione diversi rovignesi: Alvise Benussi “Canuciàl”, Giandomenico e Michele Quarantotto “Mèto”, Giovanni Trani “Fasùpe”, Franz Kos, Klaudio Sošić, Rino Budicin “Ciudeîn”, Francesco Benussi “Scurleîn”, Mario Banich, Antonio Battistella. Oggi a Rovigno le batane vengono costruite da Mladen Takač, il carpentiere più giovane.

  • Ecomuseo

    Georges-Henri Rivière, leggendario museologo francese, nel 1976 diede l’eccellente descrizione dell’ecomuseo: “L’ecomuseo non è come gli altri musei… l’ecomuseo è vivo, un museo interdisciplinare che mostra l’uomo nello spazio e nel tempo, nel suo ambiente naturale e culturale, invitando la popolazione complessiva di una comunità a partecipare al suo sviluppo…”

    Le caratteristiche dell’ecomuseo sono state sintetizzate dal museologo croato Tomislav Šola: “mostrare l’identità integrale della comunità, ampliare e ramificare i suoi “germogli” sul territorio della comunità, quindi renderlo de-professionalizzato e de-istituzionalizzato, includere attivamente i membri della comunità nel funzionamento del museo, nella creazione e nella realizzazione dei suoi programmi, essere coscienti della determinatezza del tempo reale, agendo nel presente con un impegno sociale attivo nell’ambito della comunità”.

    Peter Davies nel suo esemplare libro Ecomuseums: a Sense of Place conclude: “Una caratteristica è comune a tutti gli eco-musei: il loro orgoglio per il luogo che rappresentano. Gli ecomusei cercano di catturare lo spirito del luogo ed e ciò che a mio parere li rende peculiari”.

    La definizione del workshop “Reti lunghe – gli ecomusei e l’Europa”, tenutosi a Trento nel maggio 2004, è la seguente: L’ecomuseo è un processo dinamico mediante il quale le comunità tutelano, interpretano e valorizzano il loro patrimonio in relazione allo sviluppo sostenibile. Gli ecomusei si basano sul consenso della comunità”.

  • Il dialetto rovignese

    L’antico dialetto istroromanzo o istrioto è una delle caratteristiche di Rovigno. Trae le sue origini dal latino parlato dal popolo. Nel XIII secolo fu menzionato da Dante nella sua celebre opera De Vulgari Eloquentia. Molti rovignesi lo usano nella comunicazione quotidiana. Il dialetto rovignese conta oltre 20.000 vocaboli. È particolarmente ricco di termini legati al mare, alla pesca e alle barche. Alcuni sono di difficile traduzione, come ad esempio quelli indicanti le parti costruttive della batana.

  • Piero Soffici

    Piero Soffici è nato a Rovigno il 28 luglio 1920. Si è trasferito a Pola nel 1937 dove ha avuto inizio la sua carriera di musicista con l’organizzazione di una serie di concerti al teatro “Ciscutti” con la grande orchestra e numerosi cantanti locali, tra i quali anche la rovignese Ines Budicin che ben presto sarebbe diventata sua moglie. Nel 1947 emigra a Genova dove, come lui stesso raccontava “debuttai suonando la fisarmonica in tutti i bar del porto, col piattino in mano sperando nella generosità dei passanti”. In seguito fu ingaggiato come sassofonista in un orchestra con la quali si trasferì in Germania, a Garmisch, per suonare per le truppe americane. Fatto ritorno a Milano s’impiega come arrangiatore nella casa discografica Philips. Ben presto riceve l’offerta della RAI di Roma per lavorare come arrangiatore per l’orchestra “Angelini” al Festival di Sanremo. Si trasferisce a Roma con la famiglia e lavora alla tivù nazionale per cinque anni. Dopo aver arrangiato tantissimi brani per le orchestre, decide di dedicarsi alla composizione. Le sue canzoni più famose sono: “Stessa spiaggia stesso mare”, “Perdono”, “Cento giorni”, “Quando l’amore diventa poesia”. Negli anni maturi trova la più grande ispirazione nella sua città natale dove come egli stesso dice: “nascono le mie canzoni dedicate a Rovigno che sono le più sincere e che maggiormente amo. Piero Soffici è morto il 4 maggio 2004 ed è sepolto a ???

  • Sergio Preden “Gato”

    Sergio Preden “Gato” è nato a Rovigno il 29 agosto 1946. Ha iniziato a cantare come bambino sin dagli anni Cinquanta. In seguito ha intrapreso la carriera di cantante professionista esibendosi in Svizzera, in Italia e a Montecarlo. Negli anni Settanta ha fatto ritorno a Rovigno ed ha partecipato al festival Melodie dell’Istria e del Quarnero e inciso canzoni per Radio Capodistria. Negli anni Ottanta, oltre a essere membro di vari complessi come cantante e batterista, ha avuto l’occasione di partecipare in veste di solista a degli spettacoli con Bobby Solo e Mino Reitano. A Milano ha inciso il suo primo disco di canzoni evergreen italiane per la casa RTB. In questo periodo è iniziata la sua fruttuosa collaborazione con Piero Soffici, col quale ha registrato 5 CD e 4 musicassette. Nel 2004 ha preso parte come ospite alla realizzazione del CD “Ruvigno par mi” di Riccardo Bosazzi. Collaboratore e socio fisso dell’Ecomuseo batana, partecipa ai programmi musicali nello Spaccio Matika.

  • Società artistico-culturale “Marco Garbin” della Comunità degli italiani di Rovigno

    Con la fusione di due gruppi corali attivi dal 1943 al 1945, il 13 dicembre 1947 è stata fondata la Società artistico-culturale “Marco Garbin” che fino ad oggi, a più di sessant’anni di distanza, non solo è la base dell’attività artistica e musicale della Comunità degli italiani di Rovigno, ma anche l’elemento determinante di conservazione del contesto socio-culturale rovignese. Attualmente nel suo ambito operano l’omonimo coro maschile, femminile e misto, nonché la “Sezione del folklore rovignese” e il gruppo “Bitinadùri” che coltiva l’originale patrimonio musicale locale. La SAC “Marco Garbin” ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali va senz’altro rilevata la Targa della Città di Rovigno, assegnata il 16 settembre 2007 per gli splendidi sessant’anni di vita e di fruttuosa attività.

    Il coro ha da sempre avuto un ruolo dominate nella vita culturale della città. Anche oggi, oltre ai brani corali classici, esegue le tipiche canzoni rovignesi come le arie da nuòto, le arie da cuntràda, ma soprattutto le suggestive bitinàde. Il repertorio si basa sulla produzione musicale tradizionale esistente, tra le quali vanno rilevate le ben note canzoni del maestro Carlo Fabretto (Vien Fiamita, Vignì sul mar muriede e altre) e brani celebri di altri compositori e musicisti di rilievo come Domenico Garbin, Jerko Gržinčić, Piero Soffici, Dušan Prašelj, Riccardo Bosazzi, Biba Benussi e soprattutto Vlado Benussi. Numerose canzoni sono state composte su testi e poesie di Eligio Zanini, Giusto Curto, Matteo Benussi ed altri.

    La SAC “Marco Garbin” ha sempre rappresentato degnamente la Comunità degli italiani e la città di Rovigno a tutte le principali manifestazioni culturali e artistiche comunali, come pure alle rassegne dell’Unione Italiana e si è esibita con successo anche all’estero, specie in Italia, suscitando l’entusiasmo per l’originalità del suo repertorio.

    Nel programma musicale allo Spàcio Matika si esibisce il gruppo dei Bitinadùri formato da: Riccardo Sugar (Bugialòn), mentore del gruppo; Riccardo Vidotto (Màmo), Riccardo Malusà (Ceî∫bo), Germano Ettorre (Manceîna), Gianfranco Santin (Gnègno), Sergio Ferrara (Maravìa), Massimo Ferrara (Maravìa), Claudio Malusà (Malòn), Branko Poropat (Kokica), Davorin Poropat, Antonio Curto (Mulchièra), Giuseppe Bruni (Bièpi Tuòla).

  • Sopranomi

    Nella cittadina di Rovigno vivevano numerose famiglie con lo stesso cognome (Benussi, Budicin, Cherin, Curto, Dandolo, Devescovi, Garbin, Giuricin, Malusà, Paliaga, Pellizzer, Preden, Quarantotto, Sbisà, Sponza, Venier, ecc.). Una volta, molto più che adesso, esisteva la tradizione di aggiungere il nome del nonno o della nonna a quello della famiglia. Di solito però, questi erano nomi tradizionali, cosicché allo stesso appellativo spesso rispondevano diverse persone. Per questo i sopranomi divennero un aiuto creativo al riconoscimento ed alla differenziazione. A Rovigno sono stati registrati a tutt’oggi oltre 2000 sopranomi. Ciascuno di loro, in maniera espressiva, spiritosa, talvolta oltraggiosa, allude alle caratteristiche fisiche o morali della persona, ai suoi difetti, abitudini, imprese, luogo di nascita, professione, avvenimenti della sua vita…

  • Spàcio Matika

    Lo spàcio, assieme alla batana e alle bitinàde è ancora una delle peculiarità di Rovigno. Questo era il luogo dove si beveva e vendeva il vino sfuso, ma anche si stava in compagnia, mangiando qualcosa, giocando a carte e cantando. L’etimologia del termine deriva da spacciare (vendere di nascosto merce illegale) e spaccio (vendita pubblica di articoli illegali), forse perché agl’inizi proprio nella cantine dei rovignesi, nonostante i divieti, si vendeva il vino e si assaggiava di nascosto da quelli che dovevano prevenire questo tipo di commercio. Lo spàcio è l’ambiente che si trovava al pianoterra delle case di città delle famiglie di agricoltori che possedevano vigneti e uliveti nel circondario rovignese. Era riconoscibile da una frasca appesa all’entrata. I muri massicci di pietra non intonacata dello spàcio garantivano le stabili condizioni microclimatiche necessarie per la conservazione del vino. La parte centrale di ogni spàcio era occupata da un lungo bancone con le panche per i clienti e i visitatori.

    Lo spàcio era il punto d’incontro dei contadini e dei pescatori rovignesi. I pescatori erano i frequentatori regolari dopo la pesca notturna o diurna. Davanti a un quarto di vino e qualche pesce ai ferri raccontavano le loro avventure e commentavano gli avvenimenti importanti. Talvolta giocavano a briscola, tressette o alla morra e obbligatoriamente intonavano qualche bitinàda. Non di rado allo spàcio venivano intonate arie d’opera eseguite dai pescatori solisti di maggior talento. Una volta praticamente in ogni via rovignese c’era uno spàcio. Oggi sono stati trasformati in ripostigli, officine alla mano o bar, mentre soltanto alcuni hanno mantenuto la loro funzione originaria. Uno tra i pochi che ha mantenuto il proprio aspetto originario è lo Spàcio Matika, di Romano Matika, situato in Via Švalba, che è diventato parte integrante dell’Ecomuseo e nel quale si organizzano vari programmi musicali, gastronomici e d’intrattenimento.

  • Vela al terzo

    La vela al terzo della batana (in rovignese vìla al tièrso) è di forma trapezoidale. Il nome deriva dal modo in cui viene issata e fissata sul pennone. I vecchi ed esperti pescatori rovignesi sostenevano che il punto di sospensione, dove viene legata la drizza è a circa un terzo del pennone superiore, mentre anche l’albero veniva ubicato a circa un terzo della lunghezza della barca, partendo dalla poppa. Inoltre, di 1:3 era pure il rapporto tra l’altezza del gratile anteriore e quella della balumina o caduta poppiera della vela. Le vele erano confezionate con tessuti di cotone e quindi dipinte. La loro superficie e il peso dipendevano dalle dimensioni della batana. La colorazione, che inizialmente aveva avuto la funzione pratica di conferire maggior durata al tessuto, impermeabilizzandolo, diventò con il tempo un elemento di distinzione e di riconoscimento, determinando l’individualità e l’identità del proprietario. Ogni famiglia aveva dipinto sulla vela il proprio simbolo in base al quale i famigliari, ma anche gli altri, potevano riconoscere la barca e il proprietario da lontano. Finora sono state evidenziate le vele di 95 famiglie rovignesi. I motivi dipinti erano in maggioranza figure geometriche, mentre più raramente portavano effigi, scritte, numeri o simboli. I colori più diffusi erano il giallo, il rosso mattone e il verde. Intorno al 1930 si potevano contare nel porto rovignese ben 52 batane con le vele dipinte. Dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso è cessato l’impiego della vela sulla batana. Dalla fondazione dell’Ecomuseo è stata evidenziata l’esistenza di alcune antiche vele, mentre ne sono state realizzate 4 nuove.